martedì 25 giugno 2013

Tutti giù per terra

Sottotitolo: Cosa diavolo succede quando si sviene?



Giovedì scorso sono svenuta.
In pizzeria.
E, grazie al mio bel vestitone leopardato, tutto lo staff di camerieri e pizzaioli ha potuto ammirare le mie pudenda scoperte quando le ragazze mi hanno sollevato le gambe per farmi riprendere.
Morale: in quella pizzeria io non ci torno più.

L’avvenimento mi ha però indotta alla riflessione. Cosa succede quando sveniamo? E perché ci capita questo fatto strano, di perdere i sensi e andare a terra come sacchi di patate? Sono quasi certa che agli animaletti non succeda…
Mi hanno detto che si sviene a causa della mancanza di ossigeno: il cervello si accorge della carenza, si spegne, e così noi cadiamo e torniamo orizzontali, come quando si dorme (o si nasce), in modo che il sangue possa circolare di nuovo in tutti gli organi e il corpo recuperi le funzioni vitali minime.
Non so se ho capito correttamente, ma ho la netta sensazione che il mio cervello si sia davvero spento, un attimo prima di che io cadessi giù: forse era stufo di ascoltare i miei pensieri.

E’ possibile. La mente non si ferma mai, e non solo la mia. E’ come un cespuglio di capelli arruffati nel quale tutti continuano a mettere le mani, chi per cercare di pettinare, chi per gonfiare ancora di più la situazione ed aggravare i nodi. Prima o poi una testa si stanca.
C’era un tempo in cui la parola svenimento era associabile a eventi molto romantici, quasi mistici: pulzelle e madame erano colte da mancamenti d’amore, sacerdotesse d’ogni epoca perdevano i sensi in preda all’estasi, persino Dante (un uomo!) usava lo svenimento come sotterfugio per passare da un girone all’altro dell’Inferno –anche se lui attribuiva il fatto a una compassione insopportabile nei confronti dei dannati.
Amore, estasi, passione… A quanto pare lo svenimento è indissolubilmente legato alla forza dei sentimenti. E, a quanto pare, è indissolubilmente legato anche al dolore.
Non è un caso se, in quel frangente, diventa “tutto nero” e i sensi ci abbandonano per un po’. Quando lo stress psicologico diventa too much, tanto che perfino il corpo lo rifiuta, allora è bene prendersi una piccola vacanza da noi stessi.

Ma si può, effettivamente? E’ davvero possibile assentarsi dal proprio ego, andare in pausa-pranzo dal lavoro della nostra vita, lasciare, infine, un biglietto con su scritto torno subito e appiccicarselo sull’anima?
Chissà. In fin dei conti, svenire significa non venire, non prendere parte all’appuntamento. Restarsene dove si è. Sospendere la paura, per qualche istante. Anzi, di più: svenire vuol dire passare da una condizione ad un’altra, arrivare a uno stato diverso da quello da cui si era partiti. Proprio come nell’estasi, nella passione, nell’amore… quando il sentimento ti cambia ed il transito è talmente impegnativo che anche il corpo ne è sconvolto. E allora… tutti giù per terra!!!
Stai a vedere che aveva ragione quel Dante…

Stai a vedere che forse forse lo svenimento non è una cosa poi tanto brutta. L’unica questione irrisolta è che, alla fine, quando si torna, si è comunque gli stessi di prima, i problemi sono ancora lì e hai pure fatto soffrire le persone da cui ti sei allontanato. Che razza di passaggio è quello che ti lascia uguale?!

Non lo so. Ma bisogna affrontarlo. Ciò che non uccide, fortifica, no? E poi svenire, o prendere le distanze da sé, ci permette di conoscere meglio il nostro io interiore, perché in quel momento siamo intimamente soli con noi stessi, ancora di più di quanto lo siamo nella vita “comune”: siamo come morti. Lì, in quel buio assoluto, ci si presenta una prospettiva che non avevamo mai considerato mentre l’urgenza delle cose quotidiane –il lavoro, la spesa, il nipote da tenere, la discussione, la visita medica- ci assorbiva e ci succhiava via tutta la luce.
E’ quando la spegni, quella luce, che capisci di non desiderare altro che riaccenderla.
A quel punto rinasci, torni in te e, se non ti ritrovi in un castello a struggerti perché Medoro se n’è andato, significa che sei rientrato nel corpo giusto. Uguale a prima, sì, ma con una piccola luce in più dietro gli occhi.
E, forse, un bernoccolo in testa in ricordo dell'esperienza.






martedì 18 giugno 2013

Una storia... così

I libri della vita




Questa è una storia così, come la volete voi, proprio come potreste desiderare che sia una storia.
Le parole sono volatili, ognuno può leggerle a suo modo ed amarle ed onorarle o disprezzarle tanto da volerle distruggere. La magia che il grande scrittore riesce a ricreare si manifesta quando le parole di lui o di lei ci conducono in un altro mondo, in un’altra vita, una vita che subito diventa la nostra.
Ma poiché io non sono una grande scrittrice, non aspiro a ricreare questa magia, quindi vi racconto semplicemente una storia… così.

Una bambina di sette anni, a cui piaceva molto disegnare, ricevette in regalo da una vecchia zia un libro dalla copertina blu, la cui immagine frontale raffigurava un albero e due paia di gambe –con i piedi attaccati- che penzolavano da un ramo.
La storia di Andi e della sua immaginaria Nonna sul melo piacque infinitamente alla bambina, perché lei aveva una vera nonna (assai diversa da quella del libro) e non aveva mai immaginato la sua vita senza quella presenza profumata di borotalco e di tempo. La finzione del libro le imponeva l’obbligo di pensare bene a tutto ciò che era reale e di iniziare a comprenderne le sfumature, dando ad ognuna un valore. La vecchia zia, nel momento in cui le aveva regalato il primo libro, le aveva fatto anche un altro incommensurabile dono: la possibilità di crearsi un’opinione.

La bambina di sette anni ancora non sapeva cosa significasse questo evento per lei, ma sentiva che la situazione doveva evolversi ed il passo successivo, combinato come per un matrimonio dagli astuti genitori, fu quello di recarsi nella biblioteca del paese.
La biblioteca si trovava al primo (o al secondo?) piano di un palazzo antico ed era governata da un anziano intellettuale dall’odore forte di camicia e di polvere. Egli cercava e appuntava libri e prestiti su un registro di straordinarie dimensioni, che apriva con un tonfo e richiudeva gelosamente non appena terminate le operazioni. La bambina fissava ipnotizzata l’insieme, percependo appena i particolari –il rado mobilio, i soffitti altissimi, perfino l’odore-, perché la sua attenzione era stata catalizzata sin dal primo passo dagli scaffali carichi di libri.
Dopo una breve ricerca tra i testi per bambini, che vennero giudicati insulsi e pure un po’ tristi, la bambina si volse a un armadio in cui i libri erano ammucchiati senza classificazione. E l’occhio le cadde su uno spesso volume rosa dall’aspetto sdrucito: qualcuno doveva averlo letto e amato molto, così la bambina lo trascinò fuori dalla scaffalatura e si mise a sfogliarlo, lì, sul pavimento fresco della biblioteca.
La raccolta completa del fumetto Mafalda la stregò tanto che, il Natale seguente, la famiglia gliene regalò una copia tutta per sé, nuova, grossa e pesante come quella della biblioteca (che ormai reclamava da mesi la restituzione del volume rosa).
Grazie a Mafalda, la nostra bambina conobbe la politica, la rivolta sociale, l’ingiustizia e il desiderio di giustizia, l’ironia, il sarcasmo,il femminismo, i Beatles. Il bibliotecario, però, permettendole di prendere in prestito quel librone di fumetti, più indicato per gli adulti che per i bambini, le aveva fatto anche un altro grandissimo regalo: la libertà di scegliere. E scegliere di leggere ciò che voleva fu l’involucro che permise alla bambina di capire che tutto quello che mettiamo nella nostra vita è frutto di scelte, non di casualità o fortune o divinità, ma di scelte personalissime e LI-BE-RE.

Dopo Mafalda vennero tanti altri libri, tanti, tanti quanti un occhio può abbracciare dentro una stanza bella grande, figuriamoci due (occhi).
Ma il “libro di volta”, ovvero il libro che avrebbe segnato un punto luminoso sul quale reggere tutta una vita di pagine e parole, capitò alla bambina –di nove anni- nel modo più inaspettato: in casa, un giorno qualunque in cui lei cercava disperatamente qualcosa da leggere che non fossero le etichette delle bottiglie.
Sul letto di  una sorella, buttato lì, c’era un libro giallo con un albero maestoso in copertina (un altro). Vederlo, leggerlo ed innamorarsi della storia furono un’unica azione-reazione. Da quel momento per tutti gli  anni a seguire, la bambina ebbe dentro di sé l’immagine ispiratrice di un Barone rampante che si ribellava alla regolarità della vita come noi la conosciamo e si arrampicava sugli alberi, senza mai scenderne, fino all’ultimo giorno della sua esistenza. Calvino, attraverso quel magico scritto, le aveva dato il sunto di tutte le cose che dovevano, dovevano esistere nel viaggio di ogni persona nella foresta solitaria che è la vita: passione, libertà, libri, amore, conoscenza, divertimento, disperazione, coraggio, sogni.  In poche parole, Calvino le aveva dato una perfetta, inimitabile, preziosissima  descrizione della vita e le aveva sussurrato l’immortalità di personaggi come Mino.

Oggi la bambina si è rovinata schiena e vista a furia di leggere, ma non smette di farlo, ed è contenta di avervi regalato i suoi primi tre libri della vita (anche se ci ho messo un po’ a convincerla a farlo, gelosa com’è delle sue cose). Da sempre ricerca una Nonna sul melo, una Mafalda, un Barone rampante con cui condividere passioni, sogni, amore, divertimento, libri, drammi; ne ha incontrati alcuni, altri li ha solo intravisti, altri ancora li ha spiati e, infine, li ha lasciati andare.
Tutto qui. La storia non ha nemmeno un finale: ve l’avevo detto, è una storia così. In fondo, su un pianerottolo cosa succede? Ci si incontra, ci si saluta, e poi ognuno apre la sua porta e se la richiude alle spalle.

Buongiorno, come sta?
Molto bene, e lei?
Anch’io, grazie davvero. Che caldo fa, oggi!
Vero? Uff! E la famiglia?
Bene… Mi scusi, ho l’acqua sul fornello.
Allora arrivederci.
Sì, certo. Saluti a casa!
E la vita torna dentro il libro, in attesa della prossima magia.


                                                 









martedì 11 giugno 2013

One, two, free!

Lettera ai bambini, per gli adulti




Eccomi.
La blogger con meno fantasia al mondo in fatto di titoli!
Qualcuno di voi avrà infatti riconosciuto nelle sei parole che connotano questo post il titolo di un’opera moooolto più onorevole ed educativa della mia, ovvero la Lettera sui ciechi per quelli che ci vedono di Dedis Diderot. Non ho nessuna intenzione di mettermi su un tale livello di sapienza, intelletto e dialettica. Solo, mi piaceva l’idea di scrivere qualcosa sui bambini in modo che arrivasse anche agli adulti, proprio come fa il grande illuminista nel suo saggio filosofico. P.S. Se vi va di leggere un libro, quest’estate, leggete la Lettera sui ciechi. Vi aprirà… gli occhi.

La figliolanza e l’allevamento della figliolanza sono argomenti per me terribilmente complicati, perché, sin dal momento in cui comincio a pensare alla maternità –a partire dalla parola stessa-, mi insorge dentro un’angoscia femminista da far paura. Infatti, come si può tranquillamente constatare ogni giorno grazie a quella scatoletta mangia idee, ormai piatta e un po’ inquietante, che è la televisione,sembra che:
A.       le donne del duemila debbano per forza dividersi in categorie del tutto svalutanti e “parziali”: nelle varie pubblicità di profumi dallo slogan incomprensibile, di prodotti per la casa e per il bambino, di cibi dietetici ma gustosissimi, troveremo la  sensuale, la donna manager, la narcisista, l’erotica, la donna-oggetto, l’ambigua, la mammina tutta vestita di bianco e azzurro (se ha un maschietto) o di bianco e rosa pallido (se ha una femminuccia).
B.       Concentrandoci sull’ultimo “tipo” di donna proposto dai media, si può soltanto intuire l’abisso di solitudine che si nasconde dietro tutti quei sorrisi e gli omogeneizzati e i pannolini ultra-assorbenti… Non credo che diventare genitori sia una brutta cosa, ma credo che diventare mamme (con la consapevolezza di doversi occupare da sole del neonato, e magari andare al lavoro sapendo di dover pensare anche  alla casa, una volta tornate) lo sia.
C.       Se questo sistema di vita non cambia, sarà automatico per i nostri figli e figlie comportarsi allo stesso modo, con i bambini che diventano padri-padroni e le bambine che li servono a tavola e si alzano di notte quando il primogenito strilla.

Ora, giunti al punto, vorrei indirizzare qualche utile consiglio ai nascituri, affinché capiscano già dal pancione, o dalla provetta, in che mondo dovranno albergare e quali sono le cose secondo me  veramente importanti di cui tener conto, se non altro, durante il soggiorno.

One: regola numero uno dell’essere umano doc. Innamorarsi ogni volta.
Ogni volta…qaundo?, mi chiederete. Bè, ogni volta che è possibile. Dall’asilo fino alla casa di riposo. Per una sola notte, per qualche mese, per una decina d’anni, dipende. Ma credo sia necessario avere sempre la luce accesa, da quel punto di vista. Sentite: la vita è talmente corta che è un delitto sprecare un’occasione di essere felici. E anche di soffrire. L’importante è essere dentro il grande gioco dell’amore. Anche se non si è corrisposti, anche se è sbagliato… Love will find the way, cantano i Tesla.
E la troverà sia che vi comportiate da maschi sia che v’insegnino a comportarvi da brave bambine, e potrebbe non seguire la via di cui vi hanno parlato a scuola.

Two: regola numero due. Avere almeno due passioni. Suggerisco l’abbinamento sport musica (tipo pallavolo-pianoforte, calcio-chitarra, rugby-batteria, golf-flauto traverso…). Ma va bene qualsiasi cosa, purché vi appassioni. Fate un corso di cucina, di computer, di snowboard, di sartoria. Cambiate interesse ogni mese. Siate inventori del vostro essere. Abbiate il coraggio di rompere i luoghi comuni sui generi sessuali e datevi a un’attività considerata prettamente maschile o prettamente femminile: ciò che conta è la passione, non la sponda.

Three, o meglio: free! Regola numero tre, essere liberi. Bisogna imporselo. Non è facile: siamo catturati da reti e gabbie molto, molto consolidate, che intrappolano la mente ed intralciano le azioni. Per questo bisogna essere liberi tre volte.
Esempio: ho voglia di cucinarmi un risotto, stasera. Ci metto dentro… banane, salsiccia e formaggio spalmabile. Qualcosa da ridire?
Altro esempio: come mi vesto per uscire? Abito corto, stile giapponese o una tenuta più scialla? Facciamo un mix!
Terzo ed ultimo esempio: ero etero, ma mi sono innamorato di un uomo che prima era una donna. Cosa faccio? Libero tre volte: sono un uomo, amo un uomo, se l’avessi conosciuto come donna l’avrei amato lo stesso.

One, two, free! Sembrano tre salti, anzi, sono dei salti, che dobbiamo fare innanzitutto nella nostra testa per imparare ad insegnare la felicità ai nostri figli, e non il modo più giusto di mettere etichette.
Le uniche etichette che agogneranno il vostro bambino o la vostra bambina, ricordatevelo bene, saranno quelle di innamorato o innamorata, mito di qualche passione, libero o libera. Accettato questo, love will find the way, nel genere e nel numero che lui riterrà opportuno.



mercoledì 5 giugno 2013

Una vita a pois


Paura dei veri colori



Spesso, andando per negozi (e non comprando quasi nulla), mi accorgo che il mio occhio miope è attratto dai colori più sgargianti e dalle stampe esagerate.
Giallo, fucsia, verde brillante, blu elettrico si mescolano a grossi pois e a motivi floreali tratti da un giardino surreale; il mix si ripresenta nel mio armadio quando cerco di riprodurlo con i capi che già possiedo.
E’ chiaro che poi sembro un pagliaccio, dato che non ho il fisico per potermi abbigliare così, ma ad un certo punto della mia carriera da stylist autodidatta ed autoinflittami ho considerato l’idea di vestirmi per il mio piacere e non per seguire i dettami della moda come un serpente ipnotizzato dal flauto dell’incantatore.
Da allora, il mio incantatore sono i miei occhi, che mi dicono quale abito è meglio per il mio benessere psicologico. Mia mamma, invece, ex sarta ma non ex modista (nel senso più “storico” del termine), mi aiuta a capire quali sono le forme e i modelli che valorizzano al mia figura a pera!

Prima di sottoscrivere questa collaborazione occhio-mamma, però, credo di essermi a lungo vestita in stile film muto, ovvero bianco-nero-grigio-che non dice niente. Sono anzi certa di aver evitato accuratamente il bianco, temendo un’esplosione al livello dei fianchi.
Con estremo dispiacere, devo dire che tante delle ragazze che conosco si vestono ancora così, come se fossero affette da quella strana sindrome per cui la vista è simile a quella di un cane. Ciò le spinge ad indossare solo capi basic, golfini di mia nonna, magliette tinta unitissima e, al massimo, jeans dalla forma indefinita. L’insieme non attrae certo l’occhio. Ma con questo non voglio dire che le donne debbano vestirsi per essere guardate, no. Sto solo cercando di capire perché siamo così…insicure.

Per l’uomo, anche la moda –o meglio, l’abbigliamento- è una questione di praticità e di semplice pudore: loro entrano in uno o due negozi, scelgono la prima cosa che sembra della taglia giusta e del materiale adatto alla stagione e fine. Prediligono la comodità e mettono in atto la decisione nel giro di pochi minuti.
Per le donne è diverso, ed è sempre più complicato. Ogni acquisto richiede lunghe riflessioni, prove, confronti, stime… che talvolta non servono a convincere la nostra psiche perversa e ci fanno uscire dal negozio senza aver comprato niente. Pace per la commessa sommersa da decine di maglioncini scollo a V, chiesti da noi un’ora prima: passerà il resto della giornata a rimetterli a posto e a maledirci in commessese. Le ringrazio a nome di tutte le donne per la loro pazienza di Giobbe e per le bugie che ci dicono, molto utili per la nostra autostima.
Mi chiedo se un simile atteggiamento mentale, ovvero quello di volere qualcosa ma di non sapere bene cosa o di non riuscire a prenderselo, si riproponga anche nella vita. Purtroppo, penso proprio di sì.
La vita è una vetrina piena di bei vestiti colorati; l’uomo, povero lui, ha una mente troppo elementare per approfittarne e si limita a vivere (ne parlo negativamente ma in realtà dovrei imparare dal mio uomo a vivere e basta, spesso e volentieri).
La donna, invece, sente che c’è qualcosa di più, sotto, ed è attratta dal colore, dal movimento, dalla luce. Ma poi non ha il coraggio di decidere, perché osare significherebbe esporsi e quindi rischiare di essere giudicata, criticata, ammirata. Il problema è che la vita ci chiama continuamente: a scegliere, a dare un nome alle cose, ad assaggiarle. Ed è un dovere morale –lo dobbiamo a noi stessi- essere abbastanza forti da saper decidere. Altrimenti è uno spreco di vita. Di bellezza.

Tutte le ragazze sono bellissime, e questa condizione esteriore non deriva da quanti ettogrammi di trucco, abbronzatura, capelli e unghie ci aggiungiamo addosso per sembrare attraenti, ma dal vero colore interiore che rilasciamo attraverso lo sguardo, le parole e, sì, anche i vestiti.
Mentre noi siamo attanagliate dalla paura –di soffrire?-, gli uomini vanno avanti e governano il mondo al posto nostro, scegliendo per noi. Proposta: questa settimana, ognuna delle ragazze che leggerà questo post prenda una decisione che rimandava da tempo e la sigilli con un abito divertente. Poi scattatevi una foto e caricatela sul mio profilo di FB.
Scommetto che sarà una galleria di veri colori e di donne vere, che sanno decidere per loro e non hanno paura di vivere a pois.


martedì 28 maggio 2013

I love minigonna

Indossare poca stoffa non vuol dire averne meno nel carattere






Guardatela.
Quant’è intelligente? Sexy? In gamba?
Nel 2013, la minigonna ha compiuto cinquant’anni e si è guadagnata il titolo di MILF più famosa, più irriducibile, più ribelle della storia della moda.

Facendo un giro al mercato, sabato mattina, ho visto che stanno tornando in auge le gonne lunghe, svolazzanti, da gitana: una l’ho comprata, tanto per adiuvare l’economia. In un’epoca in cui tutto si accorcia sempre più, diventando subitaneo, vicino, verosimile –in maniera quasi fantascientifica-, sui banchi degli amici cinesi e nelle fila dell’abbigliamento da grande magazzino compaiono abiti allungati che sfiorano la terra, suggestivi simboli di una libera scelta: quella di tornare a coprire le gambe.
Nel 1963, però,questa straordinaria possibilità era ancora un miraggio, e così si pensò bene di iniziare dal basso (è sempre da lì che bisogna partire per ottenere grandi cose) e di tirare su l’orlo delle gonne.
Più su.
Più su.
E, a mano a mano che la tensione –sartoriale e sociale- cresceva, ogni centimetro di pelle acquistava nuove prospettive e valori aggiunti.
Le caviglie non erano più solo un punto di snodo tra gamba e piede che permetteva alle casalinghe di spostarsi velocemente da camera a cucina, ma diventavano interessanti protuberanze attira-sguardi e attira-pensieri; i polpacci smisero di ricoprire soltanto il ruolo di muscoli utili all’ascesa delle scale condominiali ed acquisirono quello di cuscinetti curvilinei esageratamente affascinanti, fondamentali anche nello sport e nell’azione di dare un calcio in culo agli uomini sbagliati; le ginocchia denudate, un tempo angoli di un tavolino su cui venivano sculacciati i bimbi, insinuarono in molti male men l’atroce dubbio che anche le donne, sotto la carne (nido di tante gravidanze, garanzia di perpetrazione della specie), avessero qualcosa di simile a ciò che gli stessi uomini avevano e mostravano con orgoglio virile: ossa.
Le cosce, infine, passarono da anticamere proibite del piacere a ben visibili motivi di preoccupazione per molti papà e per tutti i fidanzati sixties.

L’articolo dedicato alla minigonna su Vogue di maggio mi ha fatto pensare alle ragazze degli anni Sessanta e a quanto dev’essere stato eccitante e drammatico vivere la propria giovinezza in quel periodo pieno di cambiamenti non sempre agevoli. Trovo geniale che Mary Quant e Courrèges abbiano inventato un indumento davvero “mini” quando, in contemporanea, si cercava di smantellare l’idea che tutto ciò che competeva all’essenza di una donna dovesse essere piccolo, ridotto. Come se la donna stessa dovesse adeguarsi a pensarsi così, mini, di scarsa importanza. Dalla casa, mondo intimo e ovattato, alla cerchia di amicizie (tutte signore della buona società, perbene, istruite a compiacere il maschio), passando per pannolini, ciucciotti e giocattoli piccini picciò, fino agli ani Sessanta l’universo femminile finiva a pochi passi da una culla o da un fornello, e i gonnelloni lunghi intralciavano sicuramente i movimenti. Anche quelli femministi.
Mary e André, allora, hanno fatto all’umanità il grande regalo di liberare le gambe delle donne, dandoci da indossare qualcosa che fosse deliberatamente mini: una gonna, oggetto femminile per eccellenza –ai minimi termini, però, e che termini!
Grazie ai pantaloni di Coco Chanel, le pioniere del fashion e le paladine dei nostri diritti hanno voluto mostrarsi alla pari degli uomini, pratiche e sicure come loro.
Con la minigonna, esse si sono ri-scoperte Altro dagli uomini, capaci di camminare con le proprie gambe -che fossero arti lunghissimi, in carne, pallidi o neri, poco importa. L’importante è che la moda si sia diffusa e che abbia contribuito all’emancipazione.
Quando indosso una minigonna, mi sembra di sentire tra la pelle e il tessuto il vento caldo e fervido della rivoluzione dei costumi e di vedere mucchi di visi sconvolti, sui quali si leggono castighi, giudizi, insulti. Nel 1963 coloro che si mettevano la mini erano considerate delle rosalinde suffragette poco di buono; nel 2013 non è cambiato molto, ma almeno siamo libere di scegliere il nostro look, così come la direzione da dare alle nostre vite, e una spanna in meno di stoffa non significa che ne abbiamo meno nel carattere.

Chi se ne frega se qualcuno ci guarderà storto o troppo: noi sappiamo cosa si prova a portare la sottana, e chi ci critica, forse, lo fa solo perché vorrebbe portarla anche lui.





martedì 21 maggio 2013

L'uomo sbagliato


Come i jeans a zampa



Da quando sono in grado di rapportarmi con altre donne in modo accettabile, e cioè senza correre dalla maestra ogni volta che l’amica del cuore mi tira i capelli (in effetti non è passato molto), ho constatato con un certo disappunto che il novanta per cento delle ragazze che conosco passa la vita a cercare l’”uomo giusto”.
Non mi dilungherò sulla tristezza dell’impiegare la propria esistenza concentrando buona parte delle energie fisiche e mentali in un’attività che ha per soggetto l’uomo-maschio. Piuttosto, se mia figlia si rivelasse –ahinoi- una specie di Cenerentola, mi sentirei in dovere di avvisarla: per quanto tu possa impegnarti in questa deplorevole ricerca, prima di trovare l’uomo giusto incapperai almeno una volta in un uomo “sbagliato”.

L’avvertimento sembra inutile, o quantomeno inadeguato: perché smontare così i sogni d’amore e le speranze di un futuro a due di una giovane non ancora disincantata? Le infatuazioni effimere non sono la cosa migliore che ricordiamo della nostra adolescenza?
No. Mi spiace, ma non lo sono. Al contrario, tra i tredici e i diciotto anni si commettono errori madornali, tanto nel look quanto nelle relazioni sentimentali, di cui si vorrebbero dimenticare circostanze e ragioni. E la cosa grave è che il novanta per cento delle donne che conosco, tutte dai venti in su, non si sono mosse da quella paludosa situazione di totale cecità nei confronti di un amore “sbagliato”, tanto che la palude diventa pericolosamente simile, giorno dopo giorno, a delle sabbie mobili.

Un tempo il primo fidanzato era anche l’unico: il compagno di banco delle elementari, se ben coltivato, diventava per tacito accordo il partner fisso nei balli del paese ed infine un marito più o meno apprezzabile –non stava alla donna giudicare se lo fosse.
Oggidì, la prima cotta è un tenero ricordo, la seconda un ricordo, la terza un tenero imbarazzo. Dalla quarta in poi, meglio tappare le orecchie ai genitori astanti. Lupus in fabula, ecco che arriva un uomo che sembra quello giusto e che ha tutte le carte in regola per farci perdere la testa: piacevole alla vista, compagnone, motorizzato, possibilmente artista e amante della vita notturna. La pecca del bel principe rocker, purtroppo, non salta all’occhio ed è l’intelligenza. Scarseggiante. Quasi borderline. Non parlo dell’intelligenza “scolastica”, parlo di quella “umana”. Se, come vuole il vecchissimo amico Aristotele, l’anima si cela in ogni cosa che ha la vita in potenza, il nostro innamorato dev’essere uno zombie perché -lo scopriremo a caro prezzo- egli non riesce ad avere con una donna un rapporto rispettoso e duraturo. Anzi, quante volte ci ritroveremo lasciate, deluse, portate in Paradiso e poi scaraventate giù, fuori da un mondo che credevamo ormai nostro per sempre?
Ed ogni volta che lui torna, lei è lì che lo aspetta e lo accoglie a braccia aperte, crocerossina, madre sostituta, analista non pagata e amante insoddisfatta, solo perché si è convinta che lui sia l’unico, il migliore: una persona sulla quale sono state investite tante energie è in qualche modo “imperdibile”.
E’ come per i vestiti delle mode passate: le seguiamo un po’ tutte, dal totale white al total black, passando per la nuca rasata, l’ombretto verde cremoso, lo stile hippie e le zeppe altissime, ma nel momento in cui esce una particolare mise che adoriamo e sulla quale lavoriamo per un po’ di tempo, tendiamo a indossare sempre quella, anche quando passa di moda. Anche quando non ci sta affatto bene e nessuno ha coraggio di dircelo.
Esempio: se ritornassero i jeans a zampa, che solo chi ha un fisico da avatar può portare senza sembrare un elefantino, li compreremmo di nuovo, e li compreremmo altre cento volte, benché, in fondo al nostro cuore, fossimo consapevoli che non fanno per noi.
Lo sappiamo sempre quando l’uomo è sbagliato, al di là di tutte le scuse, perché le donne sanno sempre cosa fa per loro e cosa è meglio lasciare sullo scaffale del negozio: siamo state abituate a cavarcela da sole, anche se genitori e società vogliono farci credere il contrario, e così riusciremo ad andare avanti fino all’incontro con l’uomo giusto, se capiterà.
Nel frattempo, ringraziamo tutte in coro la sfilza di uomini sbagliati che ci hanno rese forti e bravissime a selezionare, mettiamoli nel sacco della Caritas e lasciamoli andare senza pensarci più, e tanti auguri alla malcapitata che dovrà indossarli dopo di noi.
Ma la vita è così. Sbagliando si impara.

martedì 14 maggio 2013

Sua sidera habent amores


Lo sapevate che l’oro nasce dall’esplosione di una stella?




In questi giorni mi sono ritrovata spesso a riflettere sul perché le storie d’amore finiscano. Dopo essermi imparaoiata sull’argomento per ore ed ore, sono giunta all’arguta conclusione che tutte le storie, anche quelle correnti, ad un certo punto finiscono. Nel senso che attorno ad esse si creano dei finis, confini, limiti, che le rendono imperfette, talvolta difficili, altre volte fallimentari. E allora, mi direte voi, se sei già arrivata alla conclusione perché ci stressi lo stesso?’
Il motivo è nel mentre, tra il titolo e il punto. Ci arriviamo, seguitemi che ci arriviamo.

Nel 2009, in Italia, circa due matrimoni su dieci sono finiti in un divorzio e quasi tre in separazione. Sposarsi è diventato come mettere la mano in una trappola per topi che, già si sa, scatterà due volte e mezzo su dieci. Voi accettereste di provare il giochino? In una situazione simile, coppie definite “solide”, “storiche” e “collaudate” rompono. Amori fulminanti lo diventano veramente.
Per quale ragione, se ce n’è una, ci accade questo? Come mai i nostri genitori sono riusciti a stare insieme trent’anni e noi, invece, abbiamo paura perfino di pronunciare la parola “storia”? Questa deficienza da cui siamo affetti merita un po’ d’attenzione.
Chi si imbarca in un rapporto serio non lo fa, a mio avviso, nell’oblio assoluto, né in nudità completa, come affermava il buon Wordsworth nel 1700. Secondo lui, l’umanità viene da altrove, da una dimora divina che ci ha dato tanti sentimenti da renderci sensibili perfino alla vista di un fiore semplice come un dente di leone (il nostro soffione).
Se ciò fosse vero, si spiegherebbe perché la gente litiga per un nonnulla, fornendo guadagno agli avvocati di tutto il mondo, ma non si spiegherebbe perché il fenomeno sia in aumento nella società contemporanea.
Certo, è inutile chiedersi cosa sia cambiato rispetto a cinquanta o sessant’anni fa. Niente è più come un tempo, ed è giusto così. Ma i sentimenti sono cambiati insieme ai costumi, alla musica, alla moda?
Forse i sentimenti no, eppure c’è qualcosa che affligge le persone, un’insoddisfazione di fondo simile a quella che affliggeva gli animi delle donne prima dell’avvento del femminismo. Ora come ora, siamo tutti dis-emancipati a livello affettivo… cos’è che ci ha disabituati all’amore,dis-educati alla vita di coppia e, infine, resi fragili come i semi dei soffioni che volano via al primo refolo di vento?

Cerco nella Storia, e vedo nel secolo scorso due guerre mondiali e una rivoluzione tecnologica sconvolgente. Forse ci siamo spaventati, negli ultimi decenni, e adesso abbiamo ancor più timore di quello che ci riserva il futuro.
Se, invece, cerco nelle storie, vedo orgoglio, silenzi, ipocrisia… paura. Non sono ragioni diverse da quelle che fanno scoppiare una guerra. Proviamo a dirlo ad alta voce: le relazioni del duemila sono come il preludio a un conflitto mondiale e terminano –venticinque su cento- in una maniera non dissimile.
Mi accorgo di aver ripetuto più di una volta la parola paura. Paura di decidere, cantava Elisa. Paura di me. Non bastiamo a noi stessi. E ci rivolgiamo agli altri per non affrontarci. Fa paura guardarsi dentro, ma se nemmeno noi riusciamo ad assistere al tremendo spettacolo che mette in scena il nostro cuore ogni giorno, come possiamo pretendere che lo faccia qualcun altro, qualcuno che ci sta amando a scatola chiusa?
Caro Wordsworth, il problema sta proprio qui –secondo il mio modestissimo parere-, nel non sapere: noi non siamo giunti nel mondo da un luogo ultraterreno da cui abbiamo ereditato sentimenti ed emozioni. Siamo nell’oblio assoluto e in nudità completa, all’oscuro di tutto ciò che riguarda l’animo umano, inconsapevoli di noi stessi tanto quanto lo siamo degli altri. E non nasciamo sulla scia di nuvole di gloria, come ti piace affermare, ridondante che non sei altro. La nascita, se nessuno te l’ha spiegato, è una questione molto più terra-terra.
Quindi, finché non conosciamo noi stessi, sarà dura accettare questa verità, e cioè che non ci ha mandato Dio indicandoci la strada, ma esistiamo “da soli”, e soli dobbiamo bastare a noi stessi prima di accompagnarci ad un’altra solitudine.

“Erano fatti l’uno per l’altro”, si dice quando si viene a conoscenza di una rottura. Ma, alla luce di quanto ho appena detto, credo non ci sia dato nemmeno di sapere cosa succede veramente dietro una porta chiusa, quando due persone sposate, conviventi o “semplicemente” innamorate sono l’una al cospetto dell’altra, senza fronzoli e senza maschere. Sua sidera habent amores, ogni amore ha il suo destino, e non tocca a me giudicare. Io uso solo parole, parole per disegnare immagini, e ve ne suggerisco un’ultima prima di salutarvi: i destini per i latini sono sidera, stelle. Proviamo a guardare in su, nelle notti d’estate, e a cercare i destini dei nonni, degli antenati, dei grandi del passato, ma soprattutto cerchiamo il nostro e facciamo esplodere la stella da cui nascerà un fiore d’oro.
Altro che soffioni.