mercoledì 27 novembre 2013

La settimana comincia male, disse quello che doveva essere impiccato lunedì





La settimana comincia male, disse quello che doveva essere impiccato lunedì.
In effetti, il lunedì è sempre un giorno di feci, ma io non sottovaluterei nemmeno la domenica sera o il martedì mattina: nelle ultime quarantott’ore, infatti, mi sono successe cose talmente scandalose, che ho dovuto ripristinare la discografia anteguerra di Vasco Rossi, giusto per immaginare come si sta dopo aver tirato su una striscia di borotalco allucinogeno.

Dico che le ultime ore della mia vita (cioè, non le ultime-ultime, le più recenti, ecco) non sono state facili, ma in realtà dovrei dire che non lo sono stati gli ultimi mesi, o addirittura gli ultimi anni: sì, cari miei, la vita è davvero un gran casino. Per dirlo come lo canterebbe Vasco: La realtà ti preme addosso, ce l’hai sopra e ce l’hai sotto! Potrei affermare che l’esistenza di una persona, dal momento in cui esce dall’asilo, è un perenne, enorme lunedì, fatto di tutti i merdosi sentimenti che gentilmente lo accompagnano: ansia, tristezza, noia, paura di…, astinenza, depression, senso del tutto che scorre mentre noi restiamo uguali –sempre i soliti storditi di fronte alla orripilante bellezza della vita. (Cacchio, detto così fa proprio paura!)
D’altronde, non si può rimanere all’asilo per un’intera esistenza. La mamma e il papà prima o poi si smarronano di mantenerti, oppure, se riesci a concentrare i tuoi unici due neuroni in un punto fisso del cervello, sei tu che ti smarroni di esser mantenuto; con l’età arrivano la libertà, il diploma, il lavoro (scusate, questo solo per il 60 % dei giovani italiani), le proposte di matrimonio, le serate pazze, i buoni libri, il gran sesso e una cosa via l’altra. E’ vero, il lunedì fa schifo, ma il resto della settimana passa in frettissima, ed è per questo che bisogna cogliere ogni occasione di piacere anche nei restanti giorni, feriali o festivi che siano. Per me la settimana marcava male, ma, per esempio, uno dei miei alunni ieri ha preso 7 nel tema, Yaia ha avuto una degnissima serata con un ragazzo dal corpo stupendo (da quanto ho capito), e poi arriverà il mercoledì, Giorno dell’architetto sexy, e poi il venerdì, Giorno di cene e di rinnovati voti d’amicizia. Ed ogni giorno andremo in palestra, dove uomini sudati trascureranno gli esercizi per osservare noi donne sullo step, facendoci sentire come Dee della Fertilità, e non come Pachidermi. E’ chiaro: se devo pensare alla vita come a una jungla, preferisco vedermici in veste di tigre o di scaltra scimmietta che in quella di lento panzone grigio che schiaccia ogni cosa.

Se devo pensare alla vita come a una settimana, credo che la vivrei a bomba dall’inizio alla fine, anche il lunedì.
E pazienza se qualcosa va storto: si vede che doveva andare così, disse la vecchia guardando il marito a cui s’incendiavano i capelli.   


martedì 19 novembre 2013

Se gli piaci, ti chiamerà. Adesso!







C’è un film molto carino, uscito qualche anno fa, che s’intitola La verità è che non gli piaci abbastanza. Già dal titolo si dovrebbe capire il tono della vicenda: ragazze con la mente obnubilata dall’infatuazione non si accorgono che i ragazzi a cui corrono dietro non le cagano per un motivo preciso, e cioè perché loro, le fanciulle, non piacciono abbastanza ai rispettivi uomini.
Detto in parole povere: se piaci a un ragazzo, lui ti chiama. Anche se è naufragato su un’isola del Pacifico e per contattarti deve cavalcare gli squali a pelo, peggio che in Cast Away. Anche se è inseguito da Terminator 2. Anche se l’hanno preso a Masterchef e sta per dare il didietro a Gordon Ramsey: se gli piaci, nell’estremo momento di dolore previsto da quest’ultima opzione egli urlerà talmente forte che il suo richiamo attraverserà i continenti e ti raggiungerà come l’ululato di Buck nella natura selvaggia.
Ma se lui vive in un raggio di cinquecento chilometri –stando larghini-, non sta per farsi deflorare analmente, non sta precipitando con l’aereo e comunque non ti chiama…. La verità è che non gli piaci abbastanza.
Detto alla Sex and The City: lui non è interessato a te.

Ora, perché noi donne facciamo tanta fatica ad accettare un concetto così semplice? Non si tratta di un complesso problema teologico, filologico o filosofico, no: è un semplice dato di fatto. Gli piaci? Ti chiava, ops, ti chiama.
Non gli piaci? Non ti chiama, e nemmeno l’altra cosa, oppure l’altra cosa sì, ma poi ti chiava in senso lato, ovvero mollandoti in senso dritto.
Quante volte una donna deve sentirsi dire no ed interpretarlo come un forse sì, anzi, scusa, avevo una pecora brogna incastrata nell’esofago e ciò mi ha fatto dire no anziché sì ma volevo dire sì, certo, assolutamente!... prima di rendersi conto che per gli uomini no è N-O, negazione, negativo, nisba, non voglio vederti/sentirti/trombarti/presentarti in casa/cosarti!...?
Non lo so. E vi assicuro che non parlo per cattiveria: ci sono passata anch’io. E grazie al cielo quel bastardo mi ha lasciata e mai più cercata, così ho potuto credere che fosse imploso a causa di una scorpacciata di ribes e fagocitato dal suo stesso intestino.
Ma so per certo che, se mi fossi impuntata, avrei continuato per mesi e mesi e mesi ed altri mesi della mia SACRA VITA a ipotizzare cosa mai volesse dire quella frase, quella risposta, quella domanda. Mi accompagni in macchina alle prove della band? avrà forse significato Ho un disperato bisogno di vederti. Non riesco a smettere di pensarti. Usciamo di nuovo insieme, ti prego! E non fermare la macchina fino alla prima chiesa che trovi, perché ho una sorpresina d’oro per te…
Ho solo due parole per esprimere ciò che sento in questo momento: mamma-mia.
Ma anche: grazie-Signore-grazie (se esisti), perché sono riuscita a capire che, se con i vestiti, in tempo di crisi, si tende a spendere il meno possibile e ad avere il massimo rendimento, e ci si affezione e non li si vorrebbe buttare mai, con gli uomini la cosa dev’essere diversa, perché la moneta d’acquisto non sono meri euri, ma siamo noi. Il compagno che ci scegliamo è direttamente proporzionale al valore che diamo a noi stesse. Se una vuole uscire con un coglione che non la cerca mai, evidentemente pensa di meritarsi questo: un coglione che non la cerca mai. Per mia immensa fortuna (e anche un po’ d’astuzia), io mi accompagno ad un uomo meraviglioso, bello, intelligente, spiritoso e follemente innamorato di me da metà della sua vita. So anch’io che non ce ne sono tanti in giro, di uomini così, ma è come dire: se non c’è niente di buono da mangiare in casa, allora mangi la merda del gatto?

Però, a un certo punto, alzo le mani: tutti i gusti sono gusti, diceva il gatto leccandosi il cul. 

martedì 12 novembre 2013

Il primo appuntamento







Il primo appuntamento, come tutte le cose che si fanno per la prima volta, provoca sempre una dose di stress inaudita.
Quando una donna esce con un uomo, magari dopo molto tempo che non le capita, è doppiamente sotto pressione, anzi, triplamente, centuplicatamente… Diciamo pure che è sotto stress “alla enne”, perché a noi non basta essere nate con la maledizione del ciclo e del parto: no, noi dobbiamo anche rispondere ad aspettative sulla nostra bellezza e “seducenza” che sfiorano livelli a dir poco ridicoli.
Indi per cui, ci si ritrova davanti ad un armadio straripante a piagnucolare:Non ho niente da mettermi… Oppure si ricopre un brufolo microscopico con otto strati di fondotinta, terra, blush e ghiaino, tanto che alla fine, invece che un brufolo, l’innocua escrescenza sembra il fungo in cui abita il Grande Puffo.
Roba da urlare fino a far scoppiare tutte le noci di cocco appese alle palme dei Caraibi.

Secondo i miei studi sul campo, l’ansia da primo appuntamento traccia una linea ascendente sul piano cartesiano della nostra vita –almeno, fino ai trent’anni circa, quando poi torna inesorabilmente giù. Ecco come risultano essere gli atteggiamenti nei confronti delle prime uscite per donne in varie fasce d’età (sondaggio svoltosi tra le mie ormai note conoscenti, a loro insaputa):
-adolescente: fibrillazione
-ragazza con il 2 davanti: ansia, ansia, ansia
-donna alla terza decade: noia totale

Da adolescenti, il preliminare occupa tutto lo spazio immaginativo che renderà l’appuntamento speciale. Ore ed ore di speranze precedono la fatidica richiesta di lui; altre ore sono necessarie per scegliere il vestito giusto; almeno dieci ore sono dedicate a fantasticare con le amiche sulla scena del primo bacio.
L’adolescente maschio, prima del date, si lava velocemente i denti perché spera di riuscire a infilarle la lingua in bocca.

La ragazza tra i venti e i trenta è il soggetto messo peggio.
Dato che si avvicina a una fase della vita in cui sembra che tutte le altre abbiano già: scopato, inanellato un uomo all’altare, avuto figli e trovato il lavoro più figo del mondo, si inizia a domandarsi cosa c’è di sbagliato in se stesse e a dubitare della propria persona.
Tale insicurezza aumenta dopo un certo numero di uscite sbagliate/disastrose/trombevoli senza seguito. E ciò induce la donna ad accettare appuntamenti con i tipi più strampalati, dal Gargoyle all’esse-ti-erre-onzo nudo e crudo.
Un simile comportamento include anche il darla subito, nel timore che il non farlo possa suscitare dubbi, nell’accompagnatore, sulla eterosessualità dell’amica e sula sua “apertura” mentale.
Lui, comunque, si  lava velocemente i denti perché spera di inoltrare la lingua a mo’ di formichiere nella tana della compagna.

Le donne che hanno superato i trenta, piuttosto di andare ad un appuntamento al buio si farebbero levare un rene senza anestesia, perché ne hanno viste tante di cose strane sotto il sole! e sanno che, contro ogni aspettativa, la prima uscita sarà una vera emme-e-rda. Per quanto si vestano bene, si trucchino sapientemente e preparino una lista mentale di argomenti di cui parlare per non far languire la situation, l’uomo over trenta fallirà –misero- la missione di condurre una conversazione decente e di far sentire a proprio agio la partner, finendo col metterle la lingua in bocca. E nessuno sa se un uomo che vive da solo si lavi davvero i denti prima di uscire.


Dunque, in ogni caso, se non altro, visto che gli uomini campano meno di noi, ci ritroveremo nel club delle over novanta a sbiascicare castagne stracotte in una sera di San Martino come questa, e a rimembrare quanto fosse divertente, benché duro, quel periodo della nostra vita in cui si avevano dei primi appuntamenti. I  maschi superstiti, seduti in poltrona, avranno solo la parte dura da ricordare. Nostalgia, nostalgia canaglia…

martedì 5 novembre 2013

I MIGLIORI RACCONTI SESSUALI MAI UDITI DA ORECCHIO UMANO



D’accordo.
Se devo parlare di pene d’amore, lo faccio adesso o mai più.
Ma lo farò abbassando il tiro, o meglio: abbassando lo sguardo al “tiro”.
Una poetessa di cui non ricordo il nome affermava che i pensieri delle donne nascono dal petto e viaggiano verso l’alto, mentre quelli degli uomini nascono dalla testa e viaggiano verso il basso. Una Persona Che Conosco ritiene invece che i pensieri degli uomini non abbiano nemmeno un’origine così nobile come la mente, ma siano invece generati direttamente dal loro roseo amico ai piani bassi e lì si fermino.
Credo si a vero.
E, per confermare questa tesi, voglio condividere con voi alcuni dei migliori racconti sessuali accumulati nel corso di tanti anni di confidenze, aventi per protagonisti uomini all’apparenza normali, che poi si sono rivelati per quello che erano: nient’altro che un uccello attaccato a un corpo umano, con l’aggiunta casuale di un neurone vagante.

Primo.
Il miglior racconto sessuale mi deriva da Una Persona Che Conosco, esperta di uomini balordi.
Il balordo in questione la affascinò spagnoleggiando, bevendo insieme a lei, ma ebbe un piccolo incidente di percorso –e proprio sul più bello: diciamo che non tentò nemmeno di raggiungere il gabinetto, essendo concentrato su un’attività effettivamente impegnativa a livello fisico.
Immagina la scena.
Da allora, la Persona Che Conosco diffida sempre dei tipi spavaldi che rifiutano il pipì stop.

Secondo.
Si guadagna il secondo posto della classifica il signor Sfilatino. Lo hanno assaggiato alcune mie amiche e mi hanno riportato una descrizione assai vivida delle sue abilità: sembra che faccia l’amore come un operaio bendato con un martello pneumatico impazzito tra le mani. Inoltre, Sfilatino va annoverato per le dimensioni: roba da far invidia ad Abatantuono.

Terzo.
Il terzo racconto narra dell’uomo che apprezzava particolarmente i piercing. Lei ne aveva uno, e non si aspettava che un’innocente pallina d’oro sarebbe stata accolta con tanto candido stupore…

Quarto.
Sul quarto gradino del podio (il mio podio è diverso da quelli comunemente utilizzati) posizioniamo Random, ma solo perché ha un bellissimo soprannome, nato durante una serata in cui, in mancanza d’altro, Glade minacciò di farsi tutti i presenti a random, ovvero a tabula rasa. E di lì a poco toccò a lui.

Il quinto racconto sessuale coinvolge tutti coloro che hanno approcciato –chi con dolcezza, chi con minor garbatezza- alla porta posteriore delle mie amiche.
Scene del tipo: siamo in intimità, tu mi sali sulla schiena e… “ehi!” E lui: “aaaaah…” oppure: “Ops”.
Cose dell’altro mondo.
Sono certa, però, che almeno una delle mie amiche ha reagito davvero male e gli ha  ricambiato pan per focaccia –non scendo nei dettagli, ma vi consiglio di tenere a portata di mano, sul comodino per esempio, un tubetto di vasellina per ogni evenienza.

Ecco, credo che questi siano i top racconti sexual che mi siano mai stati fatti, o almeno i più divertenti.
Non dico che degli episodi sparsi collochino tutto il genere maschile al di sotto della media, in quanto a QI, ma sicuramente non li confermano come déi del sesso né come esseri intelligenti a livello emotivo (il ragazzo del piercing precoce avrebbe sicuramente bisogno di una mano, o perlomeno di un cleenex.)

Dopotutto, però, mi rendo conto che ci assomigliamo: quando il corpo lavora, la testa perde tutte le sue funzioni, sia per i maschi sia per le femmine, con l’unica differenza che, più tardi, finito l’impeachment, un barlume di assennatezza torna a splendere nella mente delle donne, e ci reniamo conto della gravità della situazione.

Beata inconsapevolezza. 

martedì 29 ottobre 2013

Il decalogo delle mie libertà







Siccome oggi ho un mal di testa tale che se qualcuno al piano terra sussurrasse una sillaba mi si ritroverebbe accucciata in un angolo a dondolare avanti e indietro con le mani sopra le orecchie, e sappiamo tutti benissimo perché ho questo mal di testa, mi sono chiesta come mai io, donna, non possa  ritenermi libera di sentirmi tale né di vivere nel modo più appropriato questa meravigliosa condizione.
Sembra che le donne siano ormai considerate pari agli uomini, in quanto a diritti e doveri, ma, grazie alla Storia, alla Chiesa, alle precedenti generazioni di donne che hanno accettato il Grande Inganno e all’attuale generazione, convinta che “vada bene così”, la realtà è che siamo ancora completamente soggiogate  -se non proprio nei confronti dell’uomo, perlomeno nei confronti dell’immagine che l’uomo ha di noi.
Perché, per avere un minimo di rispetto sociale, credibilità in famiglia e autorità lavorativa, una donna dei giorni nostri deve per forza ricorrere all’aspetto fisico e nascondere i “sintomi” della propria donnità?
Basta. Come Daniel Pennac ha stilato l’elenco dei diritti del lettore, io qui scrivo il decalogo delle libertà che sceglierei in quanto donna, se potessi. E poi vediamo i corollari.

1.     Libertà di amare chi voglio, senza essere etichettata come lesbica, arrampicatrice sociale, puttana.
2.     Libertà di scegliere quale lavoro fare nella vita, senza essere etichettata come lesbica, arrampicatrice sociale, puttana!
3.     Libertà di gestire l’interno e l’esterno del mio corpo come meglio credo, senza… (vedi sopra.)
4.     Libertà di dire ciò che voglio, senza offendere nessuno, beninteso, e vedi sopra.
5.     Libertà di andare dove mi pare, a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza paura e vedi sopra.
6.     Libertà di avere o di non avere istinto materno in qualsiasi momento della mia vita, con o senza soldi in tasca, con o senza un partner, vedi sopra.
7.     Libertà di esprimere i miei sentimenti come meglio credo, quando ne ho bisogno, senza essere compatita perché mestruata, zitella inacidita, puttana.
8.     Libertà di non accettare maschilismi, femminismi e tutti quegli estrem-ismi che rovinano il bello che c’è nel mondo.
9.     Libertà di morire nel modo in cui deciderò, quando sarà ora, e se avrò avuto la fortuna di arrivarci deliberatamente e non per cause naturali. Questo vale anche per gli uomini, direi.
10. Libertà di sperare che Gesù, Shakespeare e Paul McCartney fossero donne.

Ammetto che alcuni di questi diritti che io mi arrogo suonano strani (tipo…l’ultimo), ma io la vedo così. Ci sarebbero altre libertà che avrei voluto aggiungere. Per esempio: libertà, per una mamma, di restare seduta a tavola per un’intera serata anziché dover correre dietro ai figli mentre il marito chiacchiera con gli altri papà. Oppure: libertà di dire “forte quella donna!” invece di “quella donna ha le palle”.
I maschi mi risponderanno che possiedo già queste libertà, che nessuno mi punta una pistola alla tempia per obbligarmi a sposare un ricco uomo maturo prescelto dalla mia famiglia. A parte il fatto che questo avviene ancora in alcuni paesi, ma comunque… in un certo senso hanno ragione loro, muovendomi l’obiezione. Quindi, termino l’elenco con il punto numero 11: Libertà di considerarsi libere nonostante l’influenza dei giudizi sociali, dei media, della cultura, della religione, della famiglia, degli uomini stupidi e delle donne che vogliono ignorare.


Essere donne non dipende certamente dall’avere il ciclo ogni mese, ma, dal momento che ce l’ho, io vorrei solo essere libera di dispiacermene o di gioirne, se mi gira, senza sentirmi dare della pazza emotiva instabile e maniaco-depressiva soltanto per aver sclerato con un collega. Ci sono momenti in cui sclero per molto meno di un tampax, e vi assicuro che non lo faccio perché sono donna, ma semplicemente perché ho uno dei peggiori caratteri dell’universo, e allora sì, che gli uomini che conosco dovrebbero augurarsi di non trovarsi sulla mia strada. 

martedì 22 ottobre 2013

Elucubrazione sulla bellezza




Qualche anno fa andava in onda un telefilm sulla chirurgia estetica i cui episodi iniziavano, ogni volta, così:”Mi dica cosa non le piace di se stesso” o “di se stessa.”
Ed è strano come, quasi sempre, i pazienti non rispondessero:”Il mio naso. Il mio seno. Il mio addome…”, bensì:”La mia stupidità. La mia età. Il mio passato…”
Carattere e tempo, ossia genetica e fatti, traumi, errori, ai quali il bisturi non può certamente rimediare. Chiaro, direte voi, se fosse così semplice saremmo tutti dal chirurgo estetico a farci rimodellare il cervello, e non qui, davanti al computer, a leggere una rubrica che, oltretutto, non alleggerisce i problemi.
Eh, lo so. Piacersi è una sfida continua. Il nostro corpo ci impone manutenzione e, nel migliore dei casi, un po’ di ginnastica, una spolverata di quei pigmenti tossici che chiamano trucco… E comunque, davanti allo specchio, non ci si ritiene mai “abbastanza”. Non voglio scatenare psicosi, ma il “dentro” è ancora peggio: nonostante la fede, la forza che si cerca di farsi, le illusioni, lo yoga e tante buone parole… siamo sempre insoddisfatti. Un parte della nostra anima non ci piace mai, forse perché non la conosciamo veramente, o perché, una volta compresala, vi auto-indulgiamo.
Credo non sia un caso se, infatti, sono più donne che uomini a rivolgersi ai chirurghi. E’ come se, oltre ad essere circondate da stimoli visivi che ci propongono –e propongono agli uomini- modelli di bellezza irraggiungibili senza la punturina di botox, noi donne fossimo anche un po’ più esigenti nei confronti di noi stesse. Fuori come dentro, non ricerchiamo che la perfezione: questo fa paura, soprattutto agli uomini.

Una donna vive nella costante pressione di aspettative esagerate, che un tempo la volevano ottima moglie e madre, e casalinga perfetta, full-time, efficiente. Ora, a queste aspettative si sono aggiunte quelle che riguardano gli studi, il lavoro, l’essere multitasking.
Multitasking un corno!!!
Non siamo passeggini a cui applicare grosse sacche di latte e di calore: quelli sono i canguri e su di loro non gravano aspettative da premio Nobel. Il nostro corpo non è eterno, indistruttibile ed infinitamente funzionale. Non siamo una scatola suddivisa in compartimenti stagni –mani per scrivere, capelli per risplendere, gambe per andare… ma solo sui tacchi.  In noi, tutto è collegato, gli organi, il sangue, le cellule… L’interno è separato dall’esterno soltanto da un sottile strato di pelle; le nostre emozioni sono a stento trattenute dal colore del viso; la paura trapela dallo sguardo.
Complicato, vero? Il nostro io è una cosa davvero spettacolare, non inferiore a tutte le altre manifestazioni della natura, nei suoi colori accesi e nelle sue armonie indescrivibili.
Come si fa a rinunciare alla bellezza?
Credo sia una cosa a cui le persone aspireranno sempre, così come ricercheremo il piacere.
E la vita è così corta, che non credo sia giusto lasciarsi sfuggire le occasioni di stare bene.
Esteta, edonista… se vi state chiedendo se oggi mi sono fatta una canna, sappiate che il mio problema è molto più grave: sono così di natura.


martedì 15 ottobre 2013

L'importanza di scegliersi un nome








Avete notato come, di recente, vada tanto di moda la bottiglia o il barattolo con il nome stampato sull’etichetta? Mi riferisco alla confezione di quella bevanda nerastra che fa digerire e della nota crema di nocciole di cui ho fatto tranquillamente il nome nel post precedente!
In particolare, mi ha colpito la pubblicità del secondo prodotto: è vero, nel corso della vita veniamo chiamati in tantissimi modi, e ognuno sembra connotarci in qualcosa di diverso da quello che eravamo appena poco prima.
Io, per esempio, sono nata Paola; la famiglia mi ha chiamata Paoletta o Paolotta (a seconda del peso raggiunto), e a volte anche Paqla (errore di mia mamma, che non sa scrivere con il cell…); per gli amici sono stata Pola e Piz, ma spesso anche Stronza e Sbronza; con “lui” sono Amore… e nei momenti critici sono AMORE, ma cazzo!!!
A scuola e nei lavori più formali mi hanno apostrofato come Peretti, Peretto e Barbara (!).
I bambini e i ragazzi di cui sono stata insegnante mi hanno riconosciuta come maestra, prof, Paolona, Paolina, Laura… mamma… ehi… ed altri epiteti che non riporto perché ho rispetto per me stessa.
Quanti nomi possiamo avere? E quanti ruoli ricopriamo mentre esistiamo? Non saranno forse troppi? Non si rischia di perdersi un po’ in mezzo a questa selva di doveri e di richiami?
Una volta un prete mi disse che non dovevo dare soprannomi ai miei amici o alla mia persona, perché il nome di battesimo è bello, è quello che i genitori hanno scelto per noi e non va alterato. Vorrei sapere se anche Crocifissa e Pierubaldo la pensano così.
Certo, nemmeno a me fa piacere quando mi punzecchiano: Paolotta, Paolona… Ma, se quel nomignolo è ciò che mi si addice in un determinato momento della mia vita, che ci posso fare? Me lo tengo e vado avanti.
Sulla carta d’identità scrivono chi siamo in base a un’osservazione oggettiva dei dati –in teoria: nome Paola, stato nubile, professione studente, altezza 160 cm, segni particolari nessuno. Bè, posso dirvi con sicurezza che solo una di queste cose è vera, e si tratta di un numero.
Ma come?, mi sentirò chiedere. Non sei Paola, non sei nubile?
Sono Paola al battesimo: peccato che sia diventata atea. Sono nubile ma convivo: per me è come un matrimonio. Professione: per lo Stato italiano sono disoccupata, perché non guadagno abbastanza per passare di categoria. Pour moi sono insegnante, giornalista, hostess di fiera… e scrittrice ancora in ostaggio nel corpo di una blogger!
Infine, non ho mai sopportato l’ultima dicitura della carta d’identità: i segni particolari. Lo so che la signora dell’anagrafe non ha il tempo di starti a guardare in faccia ed esplorare i tuoi mondi nascosti, ma a me divertirebbe trovare almeno una piccola cosa nel volto di ogni persona: uno sguardo, una cicatrice… Se lavorassi in quell’ufficio, scriverei: “mento sfuggente, tipico del criminale”. “Occhi da incantatore di serpenti”. “Lentiggini come se piovesse”. “Dentatura invidiabile”. “Sopracciglia da sfoltire”. “Naso indimenticabile”.

Non sarebbe bello poter avere davvero tutte quelle identità? Sentirle proprie, non ripudiarle, tuffarvisi, come in effetti facciamo nella realtà fattuale della vita di tutti i giorni? In fondo, i genitori, insieme al nome, ci hanno dato anche tutte le altre possibilità di essere. Sono quasi certa che poi spetti a noi riconoscerci in ognuna di esse, con malleabilità ed esuberanza. Non siamo creature monolitiche: siamo personaggi che si evolvono e che devono trovare la forza di inserirsi nella trama, al proprio posto, con un proprio nome. Alla fine, siamo noi che scegliamo chi essere.

Paqla, Piz, Peretto… non ha importanza. Una borsa di Buberry resta una splendida borsa, anche se non ha lo stemma che la denota come tale. E’ una forma di libertà estrema, scegliersi il nome da sé, ma lo ha fatto anche Pippi, e non per questo l’amiamo di meno… anzi. Pippi, Pippi, Pippi: che nome! Fa un po’ ridere… così canta la canzone, no? Ma voi riderete per quello che farò.